FRECCIAROSSA VENEZIA-MILANO – Riflessioni 2 -Luglio 2017

Stavo rispondendo a chi, dopo il mio post di ieri, mi ha chiesto (scherzosamente) come mai non mi sono fatto i fatti miei sul treno. Poi mi sono domandato: perché non pubblicare?

“È che ormai questi treni, dove tutti sono seduti in silenzio con la testa bassa, sono così tanto noiosi che mi è salita la nostalgia del vecchio espresso Milano Centrale-Roccella Jonica.

A Milano Lambrate sapevi già i nomi di tutti quelli del tuo scompartimento.

A Lodi anche i nomi dei figli, nipoti e i loro voti all’università.

A Bologna ti avevano già offerto due panini con la soppressata e le melanzane, e una pesca di un chilo e mezzo (e solo perché il treno andava da nord a sud; è del Roccella Jonica-Milano Centrale che dovevi avere davvero paura: non era un treno, ma una sagra del cinghiale su rotaia).

Fra Bologna e Firenze, nelle lunghe e buie gallerie dell’Appennino, scorreggia time e poi faccia da indifferente quando tornava la luce.

A Roma scattava la bisca, con partita di carte sull’unico tavolino dello scompartimento -quello lato finestrino- che per giocare a coppie si rivoluzionavano i posti di tutta la carrozza.

A Napoli il nonno tirava fuori il vino e scattava l’happy hour, con tanto di tavolino imbandito e invito anche al controllore.

Infine, a Scalea, dopo 75 ore di cui 47 di ritardo, vedevi il mare; il treno iniziava pian piano a svuotarsi, e l’adrenalina lasciava spazio alla pace. La nonna davanti a te si tirava via le scarpe, e appoggiava affettuosamente i suoi piedi sul tuo sedile, incastrandoli fra le tue cosce e il bracciolo. Ed era il segno di amore più profondo che potesse mai dimostrarti fuori da una cucina.

Per questo ieri, sul silenzioso Frecciarossa Venezia-Milano, può essere sembrato che mi sia fatto i cazzi degli altri.

La realtà, invece, è che è stata un’interazione unilaterale. Così, per sfregio nei confronti di chi non si gode più nulla.”

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